Una competizione che fa bene. Ma la crisi?

La beneficenza deve modellarsi sempre più sulla imprenditoria per sopravvivere alla crisi

E così le organizzazioni umanitarie subiscono una battuta d’arresto nella raccolta di fondi e già si parla di «filantrocrisi», com’ è stata ribattezzata in un seminario del World Economic Forum di Davos. Ma la «filantrocrisi» non sembra aver scoraggiato Tony e Cherie Blair. L’ Observer ha messo il naso nei conti delle fondazioni riconducibili all’ex primo ministro britannico e a sua moglie. E ne ha dedotto che i coniugi Blair si candidano a diventare la versione britannica di Bill e Melinda Gates.

La rete dei Blair
I Gates dal 2 contribuiscono finanziariamente a istituzioni e progetti in campo umanitario e sociale principalmente attraverso la loro fondazione «Bill & Melinda Gates» (e dal ‘ 94 con la «William H. Gates»). I coniugi Blair hanno, invece, optato per una sitema a rete (altrettanto generoso) di organizzazioni filantropiche. I diversi nodi della rete si distinguono per il campo di intervento. Tony ha dato il nome alla «Faith Foundation», alla «Sports Foundation» e alla «Governance Initiative». A Cherie Blair è, invece, intitolata la «Foundation for Women».

Gli obiettivi della rete dei Blair sono svariati: sradicamento di malattie come la malaria; la diffusione di pratiche di «buon governo» nei paesi in via di sviluppo in funzione di riduzione della povertà, nell’ambito della quale Tony consiglia gratuitamente il presidente del Ruanda Kagame; la pace in Medio Oriente; la promozione dell’ imprenditoria femminile mediante nuove tecnologie e lo sviluppo della microfinanza.

Il "metodo a rete" dei Blair è radicalmente diverso dal "metodo fordista" dei Gates anche sotto un altro profilo. Sue Wixley del think tank britannico New Philantropy Capital ha dichiarato all’Observer che «Le loro risorse sono i contatti». Infatti, se è sulle enormi fortune personali dei Gates e della loro ristretta cerchia di amici che fa leva il metodo Gates, è soprattutto sulle conoscenze che puntano i Blair sia per individuare possibili benefattori, che per promuovere le loro iniziative.

Sotto il primo profilo, ad esempio, Faith Foundation è stata creata nell’aprile 27 con lo scopo di promuovere la comprensione tra le religioni. Tony si è difatti convertito alla fede della moglie (il Cattolicesimo) nel dicembre del 27. Ebbene Faith Foundation ha ricevuto donazioni per 3,6 milioni di sterline (4 milioni di euro) nel suo primo anno di vita. Dei fondi, 55 mila sterline sono destinate a promuovere il dialogo tra islam, cristianesimo ed ebraismo. I nomi dei benefattori però non sono pubblici, ma si vocifera che molti di essi siano mediorientali. Certo, si tratta di noccioline in confronto ai 29,7 miliardi di dollari (23 miliardi di euro) disponibili nelle casse della Gates Foundation che solo nel 28 ha distribuito 2,8 miliardi di dollari. Ma si tratta pur sempre di una cifra di tutto rispetto per una neonata organizzazione.

Il metodo Blair conta sulla rete delle conoscenze anche per arruolare fund-raisers. Essa annovera nel suo comitato consultivo alcuni protagonisti del dialogo interreligioso tra cui Rick Warren, il reverendo evangelico conservatore della chiesa californiana «Saddleback Church», il reverendo David Coffey, presidente dell’ Alleanza battista mondiale, Jonathan Sacks, rabbino capo del Commonwealth, e Mustafa Ceric, gran mufti di Bosnia-Erzegovina.

Ma proprio la composizione della rete dei Blair dimostra che i Blair non si accontentano di essere la versione britannica dei Gates e intendono sfidarli anche sull’altra sponda dell’Atlantico. Una «Faith Foundation Usa» pare sia già nei programmi.

La competizione in numeri

Non si tratta naturalmente di vera competizione, ma può essere utile mettere a confronto le dimensioni economiche di queste due imprese filantrocapitalistiche.

Ed è impossibile che si tratti di vera competizione anche perchè si tratta di due realtà imprenditoriali con origini molto diverse tra loro. I Gates hanno, infatti, potuto contare sulla fortuna personale del cofondatore di Microsoft, stimata intorno ai 57 miliardi di dollari. E non solo perchè anche Warren Buffett dal 26 contribuisce con 1-2 miliardi l’ anno. Invece i Blair contano di più sul fund-raising. Infatti, dopo aver lasciato il posto di primo ministro nel giugno 27, Tony Blair ha incassato milioni per conferenze e memoriali, ma aveva anche mutui milionari.

In ogni caso, fino ad oggi Bill e Melinda Gates hanno messo a disposizione:
– 2 miliardi di euro: fondi assegnati dalla «Bill & Melinda Gates Foundation» nel 28 a progetti per sviluppo e salute nel mondo e per l’ istruzione negli Usa;
– 23 miliardi di euro (29,7 miliardi di dollari): il capitale a disposizione della fondazione dei coniugi Gates a fine 28;
– 15,5 miliardi di euro: soldi distribuiti dalla fondazione a partire dal 1994 (prima attraverso la William H. Gates Foundation e poi dal 2 attraverso la Bill e Melinda Gates Foundation).
Tony e Cherie Blair hanno, invece, raccolto:
– 4 milioni di euro (3,6 milioni di sterline): donazioni raccolte dalla «Tony Blair Faith Foundation» nel primo anno di attività (tra l’ aprile 27 e l’aprile 28);
– 27 milioni di euro circa: valore stimato della «Cherie Blair Foundation for Women», intitolata alla moglie di Blair lanciata quest’ anno;
– le fees azzerate della consulenza di Blair al presidente del Ruanda nell’ ambito della «Governance Initiative». Per avere un’idea, il costo stimato della consulenza di Tony Blair alla J.P. Morgan si aggira attono ai 75. euro annui.

Dal filantrocapitalismo alla filantrocrisi?
Ma i Gates e i Blair non sono gli unici filantrocapitalisti. E qualche settimana fa, a Davos, al seminario «Dal filantrocapitalismo alla filantrocrisi?», si sono ritrovati tutti i leader di questo movimento. Victor Pinchuk, altro noto filantrocapitalista, ha riunito nel Davos Philantropic Roundtable, oltre a personaggi del calibro di Bill Clinton, Tony Blair e Bill Gates, anche filantrocapitalisti meno noti al grande pubblico come Richard Branson (Virgin Group), Muhammad Yunus (Premio Nobel per la Pace 26 per la sua ) e Jet Li (attore e artista marziale cinese), per discutere degli effetti della crisi sul sistema di filantrocapitalismo.

Blair ha spiegato che «la carità deve modellarsi sempre più sull’imprenditoria» per sopravvivere alla crisi. E il messaggio uscito dal summit del filantrocapitalismo si fonda su tre pilastri.

Primo, i leaders di tutto il mondo devono dimostrare la loro capacità di restituire parte della fortuna che hanno ricevuto dall’economia globale. In particolare, secondo Gates, coloro i quali non hanno ancora contribuito devono farlo ora per controbilanciare il minor apporto di quei filantrocapitalisti colpiti dalla crisi finanziaria.

Secondo, il filantrocapitalismo deve puntare all’innovazione e deve assumere rischi in nome del progresso sociale. Secondo Clinton e Blair, i governi non hanno una propensione al rischio molto spiccata a differenza del settore privato, profit e non profit. I governi devono dunque entrare in partnerships con l’imprenditoria sociale. L’esempio della microfinanza (fornitura di servizi finanziari ai più poveri) di cui Yunus è stato il precursore può e deve essere un modello di riferimento.

Terzo, non bisogna mai dimenticare che il filantrocapitalismo consiste nel "far bene la beneficenza". Branson e Yunus hanno sottolineato come le aziende debbano abbbracciare cause sociali come una strategia per produrre profitto. Perchè la leva del profitto, più che la leva della beneficenza tradizionale, accelera il cambiamento e lo rende più sostenibile.

Secondo i resoconti giornalistici molti dei business leaders sembrano aver condiviso questo messaggio. Ma la fiducia nel mondo del business dopo il crack finanziario americano è ai minimi storici. Secondo un sondaggio Edelman citato nel seminario, soltanto il 38% degli intervistati ritiene che il mondo del business sia pronto a fare ciò che è giusto e non solo ciò che serve ad accumulare profitti.

Se il capitalismo vecchio stampo è morto, il filantrocapitalismo avrà vita lunga?

Per saperne di più
Labsus si è già occupata di filantrocapitalismo che può considerarsi una forma di responsabilità sociale individuale di "macro-cittadini attivi", cioè di coloro i quali dispongono di notevoli capacità economiche o relazionali e le mettono a disposizione della società per la cura di beni comuni. Nel 26 abbiamo affrontato il tema con un articolo su quella che l’Economist definì con formula di nuovo conio "Billantropia".

Oggi esiste una maggiore coscienza del fenomeno. Anche grazie al libro di Matthew Bishop e Michael Green "Philanthrocapitalism: How the Rich Can Save the World" e al loro blog:
http://www.philanthrocapitalism.net/.

Altre informazioni possono essere raccolte visitando questi siti:
http://www.philanthropycapital.org/
http://dosomething.org/
http://www.globalgiving.com/
http://www.mycommitment.org/
http://www.kiva.org/