La proposta di Labsus al Forum Pa

L'Italia dei cittadini che si attivano per la manutenzione dei beni comuni contrapposta all'Italia degli egoismi e degli interessi individuali

Lo stato dei beni pubblici nel nostro Paese sembra richiedere urgentemente l’attenzione della collettività, ma resta ai margini dell’agenda politica e informativa.

Più che un convegno, quello che si è svolto stamattina è stato un primo confronto volto a valutare non solo l’importanza del tema, ma il perché, ciò nonostante, non riesca a diventare centrale nel dibattito politico e nell’opinione pubblica.

Alla cultura della condivisione della responsabilità tra amministratori e cittadini sembra contrapporsi una visione particolarista ed egoistica volta alla mera tutela degli interessi individuali. Non sembra, insomma, del tutto emerso a coscienza quanto la ricchezza pubblica finisca per pesare sulla qualità della vita dei singoli e, dunque, anche sulla loro ricchezza effettiva.

Hanno partecipato al dibattito Mauro Bonaretti (direttore generale del comune di Reggio Emilia), Agostino Fragai (assessore alle riforme istituzionali della regione Toscana), Guglielmo Minervini (assessore alla trasparenza e alla cittadinanza attiva della regione Puglia) e Paolo Tamburini (responsabile comunicazione ed educazione alla sostenibilità della regione Emilia Romagna). Le conclusioni sono state affidate a Carlo Donolo, docente di sociologia alla Sapienza di Roma e membro del comitato scientifico di Labsus.

Arena: una nuova forma di democrazia

“Quello che affrontiamo oggi è ancora un tema di frontiera, poco dibattuto”. Così ha introdotto i lavori Gregorio Arena, presidente di Labsus. “Oggi – ha continuato – proviamo a lanciare una proposta politica che fa fare un passaggio all’idea di citadinanza attiva. La sussidiarietà orizzontale è la piattaforma per costruire una nuova cittadinanza: attiva e responsabile, nell’ambito della quale i diritti di cittadinanza e sovranità si esercitino quotidianamente”.

“Spesso – ha spiegato Arena – ci viene obiettato che le iniziative di sussidiarietà orizzontale sono di piccola entità. Noi riteniamo che sia comunque importante un esercizio che, alla stregua di quanto avviene in ambito verticale, si prenda cura dei beni comuni più vicini”.

Accanto a questa idea, però, proprio con questo convegno, “si affianca una nuova risposta volta ad organizzare nell’ambito di un piano nazionale le migliaia di iniziative già esistenti che, singolarmente, rappresentano una goccia ma messe insieme sono un grande fiume, un fenomeno politico e sociale importante”.

Ma cos’è la tragedia dei beni comuni? “Il termine è ripreso da un saggio di Carlo Donolo in cui si legge come i beni comuni siano quelli di cui tutti possono godere e quindi più esposti al degrado. Sono infatti essenziali per il vivere civile ma vulnerabili per chi vuole approfittarne. Si tratta sia di beni materiali (aria, acqua, territorio), sia immateriali (sicurezza, legalità, rapporti sociali). Quei beni, insomma, che se arricchiti arricchiscono tutti, se impoveriti impoveriscono tutti”.

“L’idea del piano – ha continuato il presidente Labsus – è nata da un articolo di Luciano Gallino che spiegava come in Italia sia ampio il divario tra ricchezza privata e povertà pubblica. Se per reddito siamo un paese ricco, per stato dei beni comuni siamo poveri: il confronto con l’Europa è umiliante. La politica non interviene e si accentua l’individualismo. Ma lo stesso stipendio vale molto di più se i beni comuni sono abbondanti: a parità di reddito una famiglia italiana è molto più povera di una famiglia francese o tedesca per la qualità dei beni pubblici”.

Il tema è eminentemente politico “ma – spiega Arena – la risposta più comune è che non ci sono risorse pubbliche per rimediare a questa tragedia. La risposta di Labsus, invece, è: mobilitiamo i cittadini, facciamo capire loro che conviene, non è solo idealismo. Il principio di sussidiarietà è la leva”. L’idea è dunque quella di un piano nazionale di cura e manutenzione dei beni comuni, dove il termine “manutenere” è visto nella sua accezione etimologica, come “porre la propria mano sopra”, ovvero come “protezione, cura, sentire proprio”.

Il piano, già annunciato dalle pagine di questo sito con un editoriale dello stesso Arena dovrebbe svilupparsi in tre fasi: inizialmente attraverso una grande campagna di comunicazione pubblica per far passare due messaggi, quello della convenienza e quello dell’esistenza della legittimazione costituzionale attraverso il principio di sussidiarietà, che vive solo se lo fanno vivere i cittadini (che diventano, quindi, soggetti costituzionali con una precisa responsabilità; in secondo luogo vanno coordinate le iniziative, scegliendo beni comuni che abbiano un forte impatto simbolico; mentre si realizzano gli interventi, vanno monitorati i risultati ottenuti per il miglioramento della qualità della vita dei soggetti coinvolti.

“Niente funziona come gli esempi – ha affermato Arena – ma anche gli amministratori hanno bisogno di maggiori conoscenze. Di nuovo la comunicazione pubblica ha un ruolo fondamentale per far circolare le notizie su quanto è accaduto. Questa è in sintesi la proposta. Può sembrare utopistica, ma di fatto prende atto di una realtà che già esiste. Ora bisogna coordianre, informare e convincere”.

“È una nuova forma di democrazia – ha concluso il presidente Labsus – dove i cittadini attivi usano i diritti costituzionali: è politica in senso ampio. Oggi mancano le occasioni di partecipazione politica nelle sezioni di partito, questo può essere uno spazio. È importante che non ci si senta ospiti nel nostro Paese, ma che ci si responsabilizzi”.

Bonaretti, contrastare i particolarismi

“Reggio Emilia ha una lunga tradizione di cura dei beni comuni che ha garantito lo sviluppo della città”. Lo ha affermato Mauro Bonaretti, direttore generale del Comune, citando, tra gli altri, l’esempio delle donne che si sono messe in rete per creare gli asili e poter lavorare. “crediamo in questa proposta, che ha grande valore – ha proseguito – ma contemporaneamente esistono delle preoccupazioni”.

Secondo Bonaretti “la consapevolezza non è diffusa: basti pensare a come si sta affrontando il tema della sicurezza, cavalcato politicamente. È un bene comune ma viene discusso come un tema di fruizione individuale. Sicurezza vuol dire garantire autonomia, protezione anche di fronte al disagio, relazioni. Invece si parla solo di protezione delll’individuo di fronte al diverso”.

Un’altra criticità il direttore del Comune la trae dall’esperienza di discussione annulae del bilancio con le associazioni imprenditoriali. “Il grande tasso di immigrazione viene gestito dal Comune soprattutto lavorando alla scolarizzazione e aumentando l’offerta formativa. L’accusa di Confindustria riguarda l’aumento della spesa sociale, eppure gli immigrati lavorano nelle loro imprese!” E se il bene comune non è scontato per le imprese “non lo è – afferma Bonaretti – nemmeno per i sindacati. Se negli anni Settanta si contrattava in azienda sui beni comuni, oggi la contrattazione aziendale si è ridotta alla mera dimensione individuale”.

“I grandi attori istituzionali: media, associazioni, sindacati, Pa sembrano dunque poco sensibili. Si riduce il tema dell’innovazione della Pa alla semplificazione. Non si parla del ruolo delle amministrazioni per la tutela dei beni comuni. Ma l’amministrazione non si deve ‘togliere’, si deve rendere utile”.

Bonaretti pone poi un altro spunto: “i beni collettivi non sono indipendenti, sono integrati. Per anni si è parlato di competitività dei sistemi, ma il problema è far funzionare i sistemi. La sicurezza non vive senza istruzione, o cura del territorio. L’idea del cittadino cliente di una Pa che fa servizi riduce il l’amministrazione al solo rapporto individuale”.

“Il piano è condivisibile ma ci sono tre dimensioni sulle quali ragionare in termini di condizioni. In primo luogo, è necessario favorire meccanismi che superino il particolarismo della rappresentanza e incentivare processi per favorire l’azione collettiva. Bisogna poi chiarire termini quali rappresentanza, rappresentatività, cittadinanza, partecipazione, responsabilità. Terzo elemento , la riduzione della presenza della politica nelle giunte dell’amministrazione. La struttura per assessorati è in sé un disincentivo in questa direzione perché personalizza e polverizza l’azione rendendola discontinua”.

“Quindi – ha concluso Bonaretti – è necessario ricostruire la consapevolezza del valore dei beni comuni lavorando innanzitutto sulle condizioni istituzionali che possano incentivarla”.

Fragai: la partecipazione alla prova

“In gennaio la regione Toscana ha approvato la legge sulla partecipazione, che ora sarà sperimentata”. Il contributo di Agostino Fragai, assessore regionale, è andato soprattutto nel senso di illustrare l’iniziativa toscana per cercare di capire come la partecipazione intercetti la sussidiarietà orizzontale.

“La legge ha avuto un percorso di due anni per far partecipare più cittadini possibile alla redazione del testo. È frutto di un migiaio di persone, non solo toscane. Il risultato si vedrà dopo la sperimentazione, ma la legge decade dopo cinque anni se non esplicitamente rinnovata, e questa è già una novità per il sistema giuridico”.

L’iniziativa toscana “nasce da una riflessione all’atto di elaborazione dello Statuto della regione. Lì un articolo mette in evidenza la necessità di promuovere la partecipazione di cittadini e residenti. La partecipazione è infatti indispensabile per perseguire l’obiettivo di governo della maggior dinamicità del sistema socio-economico. E il sistema – pur molto strutturato – della concertazione si è rivelato insufficiente, perché la crisi della rappresentanza investe non solo i partiti ma tutti i soggetti (sindacati, organizzazioni imprese ecc.). Questo ci impone di provare a mettere al centro il cittadino”.

La regione Toscana, come ha spiegato l’assessore, “ha uno storico rapporto dei cittadini con la politica, ma oggi si sentono i problemi, si percepisce l’indebolimento dei partiti che ha lasciato grandi spazi. C’è da ricostruire un tessuto quasi dal niente. Dove c’erano forti partiti sono mancati altri soggetti”. Inoltre oggi sono sentiti come problemi quelli a cui dieci anni fa non si pensava nemmeno: la qualità dell’ambiente o il traffico ad esempio. “E questo – ha spiegato Fragai – porta spesso a un’involuzione particolaristica”.

Quali risposte allora? “Preliminare cercare un nuovo punto di equilibrio verso una democrazia deliberativa, senza arroccarsi nei programmi che vanno costantemente rinnovati. Serve più chiarezza. La nostra non è una legge di democrazia diretta, ma deliberativa, ovvero di ricerca della sintesi che comunque si conclude nell’amministrazione”.

La legge ha finanziamenti per un milione l’anno, di cui 3mila euro dedicati alla formazione alla partecipazione per amministratori e cittadini.– facilitatori). “Deve cambiare l’approccio nella Pa. Si deve far capire l’importanza del cinvolgimento. Abbiamo istituito il dibattito pubblico sui grandi interventi che può essere richiesto anche da un certo numero di cittadini, e l’autorità regionale ha forza di legge per congelare gli atti amministrativi. La durata del processo è definita: sei mesi eccezionalmente prorogabili di altri tre”.

Altra misura prevista, “il sostegno economico e di strutture per progetti locali presentati da cittadini e istituzioni. I criteri di fondo dettati dalla regione e il garante serve a far emergere i conflitti. A giorni si sceglierà l’autorità, ma ci sono già molti progetti presentati, anche significativi. E la formazione all’interno delle scuole è fondamentale: anche i consigli scolastici possono presentare progetti per rendere evidente l’educazione civica. Per adesso – ha concluso Fragai – la regione è una ‘promessa’, bisognerà vedere cosa succederà”.

Minervini: L’amministrazione per attivare le relazioni

“Il decadimento della qualità dell’azione pubblica è stato il fattore scatenante del giudizio negativo che si è maturato sui beni comuni”. Ne è convinto Guglielmo Minervini, assessore regionale in Puglia. “L’opinione pubblica oscilla tra la percezione del loro valore necessario e quella che li vede come vincolo od ostacolo rispetto all’autonomia del soggetto e dell’economia. Bisogna partire di qui”.

Una situazione che, per Minervini, “trae origine dai limiti storici della Pa, ma è accentuata dalla modificazione radicale del contesto in cui operano le amministrazioni. Sono cambiati i problemi e le risposte richiedono più complessità, più rapidità e un approccio globale. La Pa si concepisce in modo monarchico come monopolista rispetto ai beni pubblici. Come effetto concepisce la propria funzione solo per l’investimento di risorse in erogazione di beni e servizi. Questo modello non regge più: le Pa sono inadeguate, non hanno presa sui problemi e la realtà va avanti da sola”.

Secondo Minervini “il recupero di efficacia si ha solo investendo in una dimensione che è rimossa: non quella finanziaria, ma quella dell’investimento in attivazione e relazioni, cioè nella capacità di suscitare energie sociali, distribuire responsabilità condividendole, investire in relazioni tra i cittadini e tra cittadini e Pa”.

“Il piano mi piace – ha affermato l’assessore – perché lancia la sfida alla politica pubblica di attivare reti di relazioni. Bisogna porsi l’obiettivo di passare dalla sfera della testimonianza, importante ma che non innesca cambiamento, alla sfera del simbolico che può innescare un cambiamento culturale profondo. Si tratta di una proposta provocatoria che incastra la Pa a ristrutturare il rapporto con i cittadini”.

Minervini lancia un’idea: “tempo fa il meccanismo premiale per gli enti locali era fondato sulla compartecipazione finanziaria ai progetti. Immaginiamo invece un meccanismo premiale per l’impegno di costruzione delle risposte pubbliche attraverso processi relazionali. Questo può cambiare la qualità. La Pa deve allocare risorse che generino ulteriori risorse sul territorio. Nel ciclo 27-213 dei margini interessanti per la sperimentazione ci sono”.

Non solo: “suggerirei – ha aggiunto Minervini – di non restringere la platea ai soli cittadini. Va coinvolto anche il sistema delle imprese incrociando la dimensione della responsabilità sociale. Se i beni pubblici sono necessari allo sviluppo economico, anche le imprese devono assumersi le loro responsabilità. Non bisogna giocare al ribasso. Il rinnovamento della Pa è nella ridefinizione del rapporto con la società e da qui bisogna ripartire. La società è cambiata, la Pa no”.

Tamburini: valorizzare la comunicazione

“Il riconoscimento dei beni comuni non va dato per scontato. La domanda è se non sia una missione impossibile nell’attuale contesto”. Così Paolo Tamburini della regione Emilia Romagna. “I pessimisti vedono i consumatori prigionieri della coazione a ripetere. Ma esistono alternative: in ambito culturale esistono ormai più canali comunicativi; si è ampliata la varietà delle voci che possono farsi sentire attraverso il web”. Un’altra ‘speranza’ Tamburini la vede nelle avanguardie: “i principi di sviluppo sostenibile hanno faticato a essere messi in pratica, ma il mondo delle imprese più innovative ha fatto di questo tema un fattore di vantaggio competitivo (certificazione, bilancio sociale, ciclo di vita dei prodotti). C’è stata una convergenza su una nuova considerazione dei beni comuni. Non si tratta di cambiamenti spontanei: c’è la responsabilità di Pa, imprese e volontariato”.

Secondo Tamburini “il piano è un esempio di come si può tendere verso un obiettivo comune. Da dieci anni si sperimentano processi partecipativi con vari risultati. Un modo di cambiare il modo di fare Pa, dove l’autorità pubblica facilita le relazioni, dà le regole, presidia i beni comuni. Crea, insomma, un contesto favorevole alla manutenzione dei beni comuni”.

Esistono però numerosi ostacoli. “Il compito principale del piano è l’educazione ai beni comuni: vanno riconosciuti per il loro valore effettivo. In Emilia Romagna un’indagine sui comportamenti ambientali delle giovani generazioni ha riservato sorprese positive sulla conoscenza, consapevolezza e disponibilità a comportamenti coerenti, ma con una debolezza: la fragilità del legame con il territorio quotidiano. C’è quindi alta consapevolezza sui grandi problemi, scarsa invece nel valore del terriotrio che si abita. Le nuove generazioni sono molto globalizzate ma perdono il legame con il proprio territorio”.

“Vero è – ha sottolineato Tamburini – che un esempio comunica più delle parole. Per parlare degli strumenti, devono cambiare i ruoli della Pa, dei cittadini e dei volontari, dell’ impresa socialmente responsabile. Alcuni soggetti possono essere alleati preziosi: i comunicatori pubblici, i mediatori, i facilitatori”.

In particolare la comunicazione pubblica “ha valenza partecipativa ed educativa. La Pa deve essere esempio coerente valorizzando alcune esperienze ed alleandosi con gli innovatori. Ma le buone pratiche sperimentate in dieci anni non si sono consolidate in un nuovo modo di fare Pa. La scommessa è nel consolidamento delle buone pratiche”.

Amministrazioni protagoniste

Dopo gli interventi programmati è stato dato spazio al dibattito. Il primo intervento è stato quello di Chiara Pignaris, consulente di processi partecipativi. “Oggi ho avuto molte idee e molti stimoli – ha detto – e ho capito che i concetti di cittadinanza attiva e di partecipazione andrebbero messi più in relazione. Sfugge anche a molti amministratori che si tratta di progettare e decidere insieme, sfugge il peso e la complessità della parola ‘insieme’. Bisogna capire e valutare cos’è un processo partecipativo, e la valutazione non può essere solo quantitativa

Maria Teresa Paris, responsabile del settore comunicazione e organizzazione della provincia di Perugia, ha sottolineato l’importanza come mezzo per promuovere la cittadinanza attiva. “Il passaggio dall’informazione alla comunicazione è fondamentale. Nelle Pa c’è anche personale di grande qualità, ma le amministrazioni si devono trasformare in senso cooperativo e collaborativo. La provincia di Perugia ha approvato un nuovo regolamento della legge 241 che stravolge l’approccio e guarda al testo dalla parte del cittadino per far diventare l’informazione risorsa. Si introduce, inoltre, lo strumento dell’istruttoria pubblica come mezzo di partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche”.

Sull’esperienza di Perugia è tornata Maria Rita Trinati, responsabile della comunicazione della provincia, che ha spiegato come siano nati laboratori con cittadini, scuole e volontariato proprio per parlare di responsabilità e cittadinanza attiva.

Fabio Giglioni, caporedattore della sezione Giurisprudeza di labsus.org, ha portato il punto di vista del giurista. “Ci sono motivi di speranza – ha detto – ma anche motivi di riflessione. Effettivamente è difficile affrontare una riflessione condivisa su cos’è il bene comune. E bisogna guardare al rapporto tra la politica e questi temi. Sono in gioco questioni politiche, non solo amministrative. Il rapporto con la società si sta modificando con due atteggiamenti possibili: le Pa da sole non ce la fanno a risolvere la complessità dei problemi e delegano la risoluzione dei problemi incentivando gli egoismi, oppure scelgono di favorire e facilitare dempocraticamente questi processi, cioè interpretano l’intervento pubblico per la promozione di una società che sia capace di risovere i problemi”.

Donolo: un problema cognitivo

“È da irresponsabili proporre questo tema, come dimostra la scarsa affluenza in sala. Ma bisogna esserlo per poter guardare lontano”. Così ha esordito Carlo Donolo, che ha poi continuato: “il contesto si sarebbe prestato per alzare il tiro, ma c’è un problema di strategia. Il tema fa pensare a qualcosa di astratto, a un rischio lontano. Però mette anche in allarme, mentre quelle che attraggono sono le parole positive”.

Ma allora come comunicare questo tema? “L’elaborazione scientifica è ancora inadeguata, non circola nel linguaggio pubblico. La semantica delle parole resta ancora oscura, mentre esistono competitori semantici aggressivi (cittadino cliente, ad esempio, che sembrava una grande innovazione e invece ha complicato il rapporto tra Pa e cittadini)”.

Il lavoro della comunicazione “dovrebbe orientarsi a chiarire in che senso questa classe di beni sia pertinente, pervasiva e fondante per i cittadini, per esempio per le future generazioni. I media non aiutano a ripensare cosa implica per la società e il cittadino il non avere a disposizione quantità e qualità dei beni comuni”.

Bisogna poi “ricostruire le relazioni tra il patrimonio dei beni comuni e le prospettive performative della società: la società italiana continua infatti ad allontanarsi dagli indicatori di Lisbona. Si fa molta più fatica da noi che altrove ad aderire a un nuovo modello di società della conoscenza. I cittadini stessi sembrano muoversi in altre direzioni. E c’è una forte connessione tra la capacità di impedire la tragedia dei beni comuni e la capacitazione della società stesa”.

Senza spaventarsi delle parole, Donolo ha parlato dell’esigenza di una nuova “strategia di egemonia culturale”. “Sono passati quadri cognitivi che hanno modernizzato la società e la Pa, ma in questa competizione tra idee c’è qualcosa che ha ferito la capacità di percepire la rilevanza dei beni comuni. La società finisce per accettare la tragedia dei beni comuni potendo ampliare la ricchezza privata”.

Quali condizioni servono allora alla realizzazione del piano? “L’Italia ha un patrimonio di beni comuni molto rilevante, messo in valore nei sistemi locali. Ma questo patrimonio si è usurato e non si è riprodotto, basti pensare ai beni territoriali e culturali. Non sono stati prodotti beni virtuali in conoscenza e l’Italia perde velocemente posizioni rispetto all’Europa. L’agenda politica dovrebbe cogliere la centralità del tema”.

“Labsus – ha sottolineato Donolo – dovrebbe affrontare di punta questa questione. Il mondo delle buone pratiche esiste in un contesto ostile e le pratiche virtuose dimostrano che la società italiana è più attiva ma anche più frammentata. È un dibattito che attraversa tutto il terzo settore, che non sa esprimere alternative di policy più generali né di pratiche degli organismi di rappresentanza. Il nostro Paese attraversa una crisi cognitiva che riguarda la scolarizzazione incompiuta, la preminenza di media come la Tv, le istituzioni deboli, i partiti deboli, la società più attiva ma più frammentata. È difficile trovare ponti che leghino queste derive e che evitino l’arroccamento negli egoismi proprietari che frattura i legami sociali”.

Secondo Donolo “bisogna rilanciare la manutenzione dei beni comuni per evitare isolamenti reciproci delle parti. Labsus deve sviluppare la capacità di proporre con forza il tema a chi può ascoltarlo facendo circolare iniziative che funzionino come gruppo di pressione, mettendo in mora altri frame interpretativi. Basti pensare a come ci vedono all’estero: a questa sfida si risponde solo con un messaggio molto alto”.

E il tema vive nelle amministrazioni locali, ma dovrebbe investire anche le università. “La manutenzione spetta alla Pa e ai cittadini, ma poiché la crisi è cognitiva, le istituzioni della conoscenza hanno un ruolo primario. C’è uno scontro tra paradigmi e il lavoro di soggetti come Labsus può servire a marciare più uniti e convincenti”.

Quella emersa dal convegno, come ha avidenziato al termine Arena, è da un lato l’Italia dei beni comuni, dall’altro l’Italia degli egoismi. “Ma non siamo impotenti – ha affermato il presidente Labsus – purché si ponga l’accento sul problema del riconoscimento del valore dei beni comuni. Forse questo è il primo lavoro da fare – ha concluso – e Labsus cercherà di agire proprio per supplire alle carenze cognitive”.