Un Patto per ri-abitare uno spazio pubblico conteso? Alcune considerazioni a valle del percorso plurale che ci ha visti coinvolti insieme a piperà-persone per ambienti e aBetterPlace nell’ascolto, mediazione del conflitto e co-progettazione di una proposta di Patto di collaborazione per piazza Spoleto a Milano.

L’urbanistica tattica (traduzione dall’inglese tactical urbanism) è un’espressione che fa riferimento a quella grande varietà di pratiche di rigenerazione urbana che prevedono di rimodulare spazi pubblici attraverso interventi dal carattere sperimentale e temporaneo, ma di forte impatto visivo. Nello specifico, il termine appare per la prima volta nel 2011 per identificare quelle azioni che intervengono sull’infrastruttura viaria – strade, parcheggi e tutti quegli spazi normalmente occupati dalle auto – con lo scopo di togliere spazio al traffico per restituirlo agli abitanti, creando nuove isole di socialità.
In linea di principio, quando gli interventi di urbanistica tattica funzionano, la trasformazione suggerita viene accolta positivamente – lo spazio pubblico viene utilizzato collettivamente come luogo di incontro, svago e relax – e implementata in forma permanente, integrando le realizzazioni provvisorie con opere strutturali. Quando l’azione tattica non funziona, al termine della sperimentazione tutto torna come prima, senza (troppi) sprechi di risorse. Questo approccio viene, dunque, definito “tattico” per la volontà di questi interventi – a basso costo e su piccola scala – di testare la validità delle ipotesi progettuali in tempo reale e di ottenere non solo benefici immediati, ma anche di sviluppare un cambiamento di lungo periodo (Lydon e Garcia, 2015).
Ovviamente, non basta un po’ di vernice sull’asfalto, qualche fioriera e un paio di panchine per cambiare il modo in cui le persone interagiscono con uno spazio urbano. Se è vero che i progetti di urbanistica tattica rappresentano un modo immediato per riconquistare spazio pubblico, è anche vero che per innescare un processo di riattivazione del tessuto urbano circostante è necessaria la sollecitazione e il coinvolgimento degli attori sociali presenti sul territorio.

La partecipazione di abitanti, associazioni, commercianti e realtà informali è essenziale nelle fasi di progettazione e realizzazione delle proposte.

Quanto più è attivo il ruolo delle comunità locali nel dare forma e significato al nuovo ambiente urbano – ovvero quanto più il loro coinvolgimento non si limita alla definizione (o realizzazione) del progetto spaziale, ma è orientato a condividerne il senso e l’orizzonte a lungo termine – tanto più le nuove narrazioni e funzioni saranno rappresentative e aderenti alle reali necessità dei contesti locali. Il rischio è che, altrimenti, si crei uno scollamento tra le visioni dei city maker e la percezione dei city user e che l’uso della vernice sull’asfalto non solo non vada oltre il semplice maquillage urbano, ma che diventi il fine stesso dell’intervento: una strategia di marketing urbano che non produce alcun valore sociale, ma che incrementa il valore economico (e la rendita immobiliare) di alcuni territori, spesso in termini speculativi.
Al contrario, soprattutto se l’azione tattica si inserisce in un percorso di partecipazione civica sostenuto dalle istituzioni pubbliche, è importante avviare pratiche concrete di costruzione di comunità intorno allo spazio oggetto dell’intervento che vadano oltre al progetto, affinché il ruolo attivo degli attori locali sia utile non solo a fare placemaking, ma anche placekeeping, nel lungo periodo. Se questo accompagnamento alla trasformazione viene a mancare, è  possibile che si creino attriti tra gli abitanti e i nuovi fruitori, le cui esigenze non sempre riescono a convivere nello stesso spazio. Che cosa fare quando esplode il conflitto? Come dare a tutti voce in capitolo? Chi deve mediare tra le diverse posizioni in campo?

Una strategia collaborativa per rispondere a una gara con limiti di metodo e tempo 

Queste sono le domande che si è posto il comune di Milano per gestire la conflittualità emersa in piazza Spoleto, anche conosciuta come piazza Arcobalena, a seguito dell’intervento di urbanistica tattica realizzato nel 2019 nell’ambito del progetto Piazze aperte, che ha trasformato quello che era un incrocio caotico e pericoloso del quartiere “NoLo” in un luogo attrattivo e godibile per più popolazioni.
La nuova area pedonale garantisce di giorno la messa in sicurezza dell’uscita da scuola dei bambini, un nuovo spazio di sosta e socialità per famiglie, oltre che un punto d’incontro per anziani. Dal tardo pomeriggio fino a tarda notte, la zona si popola di giovani, incentivati anche dalla presenza di alcuni locali pubblici (un bar, un minimarket, una lavanderia a gettoni) che, a seguito della nuova sistemazione, hanno potenziato la propria attività per trarne maggior profitto. Molti residenti, soprattutto gli abitanti prossimali con abitazioni che si affacciano sulla piazza, lamentano gli impatti negativi della movida notturna: abbandono di rifiuti, urla, schiamazzi e musica ad alto volume.
Data la complessità delle dinamiche comunitarie in atto, il Comune ha riconosciuto la necessità di un accompagnamento esperto in grado di ricucire gli strappi tra popolazioni portatrici di istanze non sempre (e non del tutto) conciliabili – la privazione del sonno dei residenti, il bisogno di aggregazione libera e spontanea dei giovani, la necessità di mantenere uno spazio protetto per i bambini – e, lo scorso autunno, ha indetto una gara ad invito per «un servizio di progettazione e gestione delle attività di mediazione delle diverse esigenze espresse dai cittadini residenti e/o fruitori della piazza […] in funzione dell’individuazione di soluzioni inclusive e condivise, da implementare mediante un Patto di collaborazione».
Le nostre perplessità nel partecipare ad una gara di questo tipo erano molte: sicuramente il tempo a disposizione, solo un mese e mezzo di lavoro (chi si occupa di partecipazione sa che il tempo è l’alleato principale, soprattutto in quei processi che ambiscono a coinvolgere soggetti di culture diverse); la natura della gara, veniva infatti chiesto di accompagnare la stesura di una proposta di Patto di collaborazione a partire da una situazione di conflitto e non di libera iniziativa, come previsto nell’articolo 118 ultimo comma della nostra Costituzione; infine, la scelta stessa da parte del Comune di indire una gara per un servizio di questo tipo che prevedeva la selezione di un unico soggetto attuatore utilizzando quindi, anche in fase di selezione, un approccio di tipo competitivo e non collaborativo non in linea con gli  obiettivi della gara stessa.
La sfida era alta e da soli non saremmo riusciti in così poco tempo ad avviare un processo di questo tipo. Alcuni attori del territorio ci hanno messo in contatto con altre realtà che avevano ricevuto l’invito a presentare una proposta – piperà – persone per ambienti, associazione che si occupa di psicologia della comunità e psicologia sociale, e aBetterPlace, società benefit che si occupa di utilizzare gli strumenti messi a disposizione dalle scienze del comportamento per supportare buone decisioni e buoni comportamenti – e abbiamo deciso di presentare una proposta collegiale. La costituzione della rete voleva essere, già nella presentazione della proposta tecnica, un modo per superare i limiti dell’individuazione di un soggetto attuatore mediante una procedura selettiva e competitiva. Nasce così il progetto Un Patto per piazza Spoleto con l’intento di avviare un confronto tra amministrazione comunale, municipio, associazioni locali, commercianti, mondo della scuola, residenti e frequentatori sul futuro della piazza. Il percorso si è strutturato in due fasi di lavoro consequenziali: una prima fase di ascolto  e una seconda fase di negoziazione tra le diverse istanze e di costruzione della proposta di Patto di collaborazione. 

 

Oltre la narrazione del conflitto: l’ascolto di tutte le voci per esplorare bisogni, desideri e storie di identità locale 

Sebbene prevalga la narrazione di una cittadinanza disillusa e lontana dall’impegno civico, il proliferare di comitati e associazioni ci induce a pensare che la domanda di partecipazione e ascolto sia invece elevata. E questo ha fatto piperà – persone per ambienti, partendo dalla domanda “Quali sono le voci che attraversano la piazza e contribuiscono a crearne una rappresentazione collettiva?”. Ci siamo rivolti a commercianti, frequentatori, abitanti, insegnanti, genitori, persino ai bambini. Abbiamo ascoltato le diverse voci raccogliendo in modo puro e diretto la frammentazione che la nascita (rapida, intrusiva) della piazza ha generato: voci “favorevoli, però…” e voci “contrarie, ma anche…”, ossia una moltitudine di sfumature a partire dalle quali sono nate, come da un brodo primordiale di molecole sconnesse, categorie capaci di ricostruire in modo più organico e integrato ciò che la creazione della piazza ha comportato.
Nessuno ha detto cose banali. Questo va proprio detto, che nei processi di ascolto si raccolgono sempre argomenti di enorme valore. È stato straordinario poter constatare anche questa volta come nel discorso comune vengano a sedimentarsi pezzi di riflessione che sono le stesse che potremmo trovare in un manuale di sociologia urbana, o di psicologia sociale, o di urbanistica. Le persone intervistate, le dinamiche osservate hanno raccontato di una città che cambia, e di una città che cambiando aggancia nuove persone e ne dimentica altre; hanno raccontato di come ci si affezioni agli spazi, e di come affezionarsi agli spazi diventi la base per la creazione di identità; hanno raccontato del senso di smarrimento che si è venuto a creare a partire dalla perdita dei collettivi, che fossero questi partiti, associazioni, comitati poco importa, e di come ci si senta soli a Milano senza una politica in prossimità; hanno raccontato del bisogno stesso di essere ascoltati, di più, per davvero, di non essere solo spettatori del cambiamento ma anche attori, a volte critici. 

Architettura delle scelte: come passare dalla richiesta di ordine alla spinta verso un agire alternativo

Negli incontri di negoziazione guidati da aBetterPlace si è proposto ai partecipanti di focalizzarsi sui comportamenti che, a partire dai bisogni espressi nella fase precedente, vorrebbero che fossero messi in atto da tutti gli individui che, a vario titolo, frequentano la piazza. Concentrandoci sui comportamenti più critici, sono stati utilizzati gli strumenti messi a disposizione dalle Scienze del Comportamento per fare acquisire la consapevolezza che, per supportare un comportamento positivo e funzionale al benessere della comunità, sia necessario lavorare su diverse leve di Architettura delle Scelte.  La tendenza dei più è infatti  quella di ricorrere in primo luogo al “bastone”, richiedendo a gran voce l’intervento del Comune e delle forze dell’ordine per punire comportamenti disfunzionali. Questi interventi, di sicuro necessari, non sono però gli unici su cui puntare, e occorre mettere in atto una serie di azioni che facciano leva su diverse tecniche di architettura delle scelte. Abbiamo accompagnato le comunità a comprendere che occorre anche agire sui contesti fisici, verbali e sociali in cui i comportamenti vengono messi in atto in modo tale da renderli semplici, desiderati e, se è possibile, anche consapevoli. Questo ha portato all’identificazione con i partecipanti di alcune azioni specifiche che possono essere implementate nella piazza attraverso un uso del design più comunicativo (ex. posaceneri con sondaggi per raccogliere rifiuti ed esprimere opinioni, segnaletica orizzontale di impatto visivo…).
Per farlo ci siamo avvalsi degli strumenti messi a disposizione dalla Behavioral Economics, disciplina che applica i principi delle scienze comportamentali e le conoscenze delle scienze cognitive a problemi legati alla presa di decisione. Il presupposto alla base di tale disciplina è che l’uomo non sia un essere totalmente razionale ma che, viceversa, abbia una razionalità limitata che lo porta a compiere scelte che sono spesso subottimali, soggette ad errori di giudizio, e sia sempre esposto a condizionamenti del contesto che possono insidiare la capacità di giudicare e di agire lucidamente. ll recente premio Nobel americano Richard Thaler ha teorizzato modalità di intervento semplici ma molto potenti: per introdurre pratiche di buona cittadinanza, per aiutare le persone a scegliere il meglio per sé e per la società, occorre imparare a usare a fin di bene l’irrazionalità umana disegnando contesti che includano dei nudge, cioè delle spinte gentili che ci indirizzino verso la scelta giusta, senza alcuna imposizione, lasciando sempre la libertà di scelta ad agire in modo alternativo. 

Una proposta di Patto che, necessariamente, non può considerarsi esaustiva

Nella seconda fase noi di Labsus abbiamo affiancato i partecipanti nella costruzione di una prima proposta di Patto di collaborazione. Nel processo di ascolto e negoziazione ognuno ha portato il proprio singolare punto di vista e le proprie necessità. Come far convivere queste esigenze? È sempre possibile? Come passare dall’interesse particolare all’interesse generale? 
Sono queste alcune delle domande che ci hanno guidato negli incontri di co-progettazione a cui hanno partecipato l’amministrazione comunale e il municipio, abitanti prossimali e distali, alcuni frequentatori notturni della piazza e realtà del territorio (Per il dettaglio si rimanda alla pagina dedicata al progetto dove potrete trovare anche la proposta di Patto). Partendo da quanto emerso nella fase di ascolto e dalle proposte delineate durante gli incontri di negoziazione abbiamo scomposto alcune delle soluzioni proposte valutandone la loro fattibilità e individuando potenziali soggetti attuatori e responsabili.
Dagli incontri è emersa una prima proposta di Patto di collaborazione che necessariamente non può considerarsi esaustiva, perché non rappresentativa della complessità e diversità delle istanze sollevate durante la fase 1. Il processo di co-progettazione, per sua natura sempre aperto e flessibile, ha bisogno di tempi più lunghi per riuscire a intercettare quei gruppi sociali che non siamo riusciti a coinvolgere in un orizzonte temporale così stretto, soprattutto quei soggetti individuati dai partecipanti come attori cardine perché aventi un ruolo centrale nella possibile dinamica di risoluzione del conflitto (ad es. commercianti, insegnanti della scuola primaria, residenti stranieri). Resta, però, interessante il dato di partecipazione di un gruppo fisso di persone (circa 15) che nel mese di dicembre hanno volontariamente preso parte a tutti gli incontri, dimostrando un grande interesse ad essere parte attiva.
Co-progettare permette di evidenziare preventivamente possibili criticità, di anticipare possibili storture nel passaggio dall’idea alla sua attuazione, di aggiustarsi finemente su bisogni plurali e, fino a quel momento, sconosciuti. Co-progettare è anche un modo per ricostruire, attraverso la condivisione di scelte, il dialogo e la discussione, il tessuto comunitario che proprio il vivere in città tende a sfilacciare. Aver sottovalutato l’importanza della co-progettazione nel processo di trasformazione di piazza Arcobalena, potrebbe essere stato un errore fatale per la sopravvivenza della piazza stessa e della comunità che in principio l’ha sognata. Solo monitorando l’andamento del processo, la sperimentazione può diventare una forma di apprendimento collettivo.
In questa prospettiva, il Patto di collaborazione come dispositivo di partecipazione in grado di ricostruire la relazione tra gli spazi urbani e le comunità che li abitano, ci sembra lo strumento giusto per creare e capacitare una vera e propria comunità di cura che possa, nel tempo, appropriarsi del valore sociale prodotto dagli interventi di tactical urbanism, intesi non come progetti puramente estetici, ma come azioni mirate a liberare spazi pubblici per la collettività.
I patti di collaborazione continuano a rappresentare una palestra di democrazia, un processo di ascolto continuo che facilita la co-progettazione di soluzioni di interesse generale, contemplando le diverse esigenze in gioco, a volte conflittuali, senza escludere nessuno.  Non sono strumenti magici che con poteri straordinari risolvono le problematiche, ma sono piuttosto strumenti che aprono un canale di comunicazione tra cittadini e pubblica amministrazione provando a ritessere quei legami di fiducia necessari per costruire – insieme – un nuovo modo di abitare lo spazio urbano. 

Salire a compromessi – superare l’impasse del conflitto quando il conflitto scende in piazza

Quando pensiamo alla parola compromesso difficilmente ne diamo una connotazione positiva. Compromesso ci richiama la perdita di qualcosa, il danneggiamento di una parte e la resa di una posizione. Questa parola però non ha un significato univoco. Riprendendo la sua etimologia latina cum promissus,: “promesso insieme”, notiamo come compromesso assuma tutta un’altra accezione: «un impegno reciproco assunto da più persone di procedere a un’azione d’interesse comune» (Treccani).
Il percorso che ci ha visti coinvolti, seppure per un tempo breve, ci ha consegnato diverse riflessioni nate proprio dal confronto con le persone che abbiamo incrociato. Le persone rimangono il cuore di questi processi. Senza le persone i luoghi non esistono e senza le persone i luoghi sono solo spazi che si attraversano senza significati collettivi.  Mantenere sempre aperto il canale dell’ascolto e della co-progettazione contribuisce alla costruzione di questi significati che nascono anche e soprattutto dal conflitto.
Investire nella sussidiarietà significa innescare nel tempo soluzioni di più alta qualità. L’invito è di salire, quindi, a compromessi: perché non c’è nulla di più nobile di riuscire a costruire un progetto comune cedendo parti di sé, facendo spazio all’altro da sé. Solo così forse possiamo abitare il nostro presente, costruire il nostro futuro, senza lasciare indietro nessuno.

Il gruppo di progettazione di piazza Spoleto che ha contribuito alla scrittura di questo editoriale è composto da: Michela Latino e Giulia Marra (per Labsus-Laboratorio per la Sussidiarietà), Armando Toscano e Simona Bianco (per piperà-persone per ambienti) e Claudia Baroni (per ABetterPlace).